La stanza di analisi: un palcoscenico di emozioni

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Mi torna in mente una metafora di S. Freud che l’analisi assomiglia alla pratica archeologica, per scoprire ciò che il terreno nasconde, bisogna scavare in due, con entusiasmo e genuina curiosità, è un lavoro delicato, poiché, il più delle volte si cammina su sabbie mobili e il rischio di perdere il passeggero è sempre in agguato. Questa meravigliosa disciplina, da una parte affascina dall’altra spaventa, il perturbante è sempre dietro l’angolo. Metaforicamente parlando, la stanza di analisi è simile ad un laboratorio dove analista e paziente, scoprono e costruiscono qualcosa di nuovo, non solo il paziente, del paziente ma anche l’analista, dell’analista, attraverso il gioco del transfert e del controtransfert. A partire dalla clinica si capisce e si arricchisce la teoria (A. Ferro)

Ogden, definisce lo spazio analitico come “lo spazio tra paziente e analista nel quale si genera l’esperienza analitica e nel quale è possibile creare significati personali e giocare con essi…..All’interno dello spazio analitico fantasia e realtà sono in un rapporto dialettico” e la fantasia diviene il ponte che unisce la realtà psichica alla realtà fisica, la complessa dialettica tra mente e corpo.
Ogden, definisce lo spazio analitico come “lo spazio tra paziente e analista nel quale si genera l’esperienza analitica e nel quale è possibile creare significati personali e giocare con essi…..All’interno dello spazio analitico fantasia e realtà sono in un rapporto dialettico” e la fantasia diviene il ponte che unisce la realtà psichica alla realtà fisica, la complessa dialettica tra mente e corpo.

E’ compito dell’analista, attraverso il mantenimento del setting analitico e attraverso l’interpretazione, fornire condizioni in cui il paziente possa trovare il coraggio di trasformare ciò che è ” non pensato” ossia ciò che è messo in atto, piuttosto che verbalizzato e osservato, in un esperienza personalmente condivisa.
Groddeck, definisce l’analisi una “ginnastica dello spirito” attraverso la quale “si impara” a conoscersi o a modificarsi. Questo concetto getta una profonda riflessione riguardo l’importanza della presa in carico del paziente con Parkinson.

Una delle ragioni che spinge molte persone a cercare aiuto nella psicoterapia dinamica a lungo termine o nella psicoanalisi è il timore che la loro vita passi inosservata: hanno bisogno di un testimone capace di ascoltare le loro storie e di comprendere le difficoltà che hanno incontrato.
Questa è stata la richiesta implicita di una delle mie pazienti.

L’immagine che subito mi balzò alla mente quando la incontrai in terapia fu quella di una bambina alla quale era mancato uno specchio con cui confrontarsi e differenziarsi, per usare le parole di Winnicott, che ” la madre guardi il bambino e ciò che essa appare a lui è ciò che essa scorge in lui”. La mancanza di un “holding materna” e “l’esigenza di essere pensato” oltre che di essere accudito.
La paziente odiava gli specchi, perché specchiarsi per lei significava prendere ulteriormente consapevolezza di quanto non si piacesse e di quanto fosse sbagliata.

La sensazione che si faceva strada dentro di me, era che le fosse mancata la conferma della correttezza delle sue percezioni da parte dell’ambiente famigliare e della realtà del suo vissuto emotivo da parte della madre, una madre presente fisicamente ma assente emotivamente. Quel vissuto che facilita e sostiene il consolidamento del senso di Sé e della identità personale e favorisce la realizzazione di proprie mete e valori. La carenza della funzione contenitrice dell’Io-pelle nelle tre funzioni di contenere e trattenere, di superficie di separazione, luogo e mezzo di comunicazione primario, una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, per rappresentarsi sé stesso come Io che “contiene” i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo.

Pensando a Winnicott e alla funzione che ha il setting di holding, cioè il ” contenere” della madre e il suo “sostenere” e il lasciarsi usare dell’analista, sopravvivendo agli attacchi del paziente, sottolineando(Winnicott) che per il bambino queste cose, hanno forse più importanza di quanta non ne abbiano le interpretazioni. Limitai il meno possibile le interpretazioni di contenuto e mi misi ad ascoltare la paziente, e i personaggi delle sue proiezioni, a dialogare con loro usando una comunicazione semplice e poco invasiva.

In analogia con quanto avviene nel processo naturale di crescita, l’ambiente o setting terapeutico fatto di attesa, di accoglimento, di sguardi e di toni di voce, di brevi commenti, intensi a sottolineare partecipazione empatica e desiderio di capire, di disponibilità e in fine di commiato è un elemento essenziale per la formazione del Sé, precario e non integrato se non addirittura inesistente.(Semi)

L’essere all’ unisono (Bion) e la somma di ripetute esperienze di micro-unisono è ciò che ha permesso lo sviluppo del contenitore e successivamente la possibilità di contenere tutti i contenuti immaginabili anche quelli più terrificanti e perturbanti. Quel Processo empatico di rèverie, l’alleanza terapeutica, che mette in comunione due menti e permette loro di affrontare il lungo e tortuoso cammino dell’analisi, dove il traguardo è permettere al paziente attraverso l’espressione delle proprie emozioni, nascoste tra i ricordi del passato e del presente, di pensare i propri pensieri e al terapeuta di essere testimone-attento di questi pensieri.

Poland (2000) descrive questo ruolo di testimone come “qualcuno in grado di cogliere e di riconoscere l’impatto emotivo dell’autoesplorazione del paziente nell’immediatezza del momento, ma che nello stesso tempo rimane presente senza l’offerta intrusiva di una supposta saggezza”. Oscurare memoria e desiderio, per mettersi realmente in ascolto e far nascere lo spazio, entro cui è possibile costruire il significato delle relazioni fra gli oggetti (Bion) in un campo neutro, transizionale qual’è la stanza d’analisi.

Penso, dunque, sia assolutamente fondamentale offrire al paziente quello che è in grado di capire, senza avere fretta o paura che qualcosa vada perso. Se “qualcosa” è nella mente dell’analista, è già nel campo, è già nella stanza.
Il problema è saper aspettare il tempo giusto, per offrire poi al paziente attraverso il processo dell’identificazione proiettiva, questo “qualcosa” in un modo per lui assimilabile e digeribile.

Riguardo l’identificazione proiettiva Ogden dice: ” Se noi immaginiamo per un istante che il paziente sia il regista e a un tempo uno degli attori principali, nella rappresentazione interpersonale di una relazione oggettuale interiorizzata, e che il terapeuta sia un attore inconsapevole dello stesso dramma, allora l’identificazione proiettiva si rileva essere il processo attraverso il quale al terapeuta vengono date le indicazioni di regia perché reciti un determinato ruolo.

Il terapeuta non si è offerto spontaneamente di recitare una parte e che solo retrospettivamente arriva a capire che sta recitando un ruolo nella rappresentazione realizzata dal paziente, che ha per canovaccio un aspetto del suo mondo interiore. Il terapeuta, che si è in qualche modo lasciato modellare da questa pressione interpersonale e che è in grado di osservare questi cambiamenti in se stesso, ha accesso a una ricchissima fonte di dati sul mondo interiore del paziente, dati vividi, immediati e vivi che devono essere trasformati psicologicamente dal terapeuta e resi pronti in forma alterata per la reinteriorizzazione nel paziente”.

La verità di una mente sull’altra è sempre – k, cioè la verità è, appunto qualcosa dell’incontro, e deve essere, in questo senso, davvero costruita insieme.(Bion)
Bisogna cioè aiutare il paziente a costruire una geometria della mente sempre più complessa, facendogli scorgere i differenti livelli e i diversi vertici da cui una cosa può essere vista (A. Ferro).
Bion, parlava della psicoanalisi come di una sonda che espande di continuo il campo che esplora. Ascoltare i pazienti” non per quello che già si sa, ma per tutto quello che hanno continuamente da portarci di nuovo. (A. Ferro)

Mettendomi ad ascoltare la paziente, seduta dopo seduta, capendo i sentimenti che la paziente smuoveva in me, facendo attenzione agli elementi di transfert e a tutto ciò che accadeva in seduta, alleandomi, rafforzando le parti vitali e creative del suo Io e ricordandomi che, l’interpretazione è una trasformazione di una emozione alla quale viene dato prima un nome e poi un significato, poiché ciò che più è temuto è qualcosa che non ha nome.
Il suo Io ferito, ma non frammentato, medicato dalla relazione analitica, a distanza di tempo, è riuscito ad affrontare e iniziare a capire la tempesta delle emozioni che hanno segnato la sua infanzia e la sua adolescenza nonché il suo presente, in un rapporto di odio e amore verso la madre, verso se stessa e verso di me .

Nel suo libro Glaciazioni (2001), Resnik ha scritto: “chiamo comunicazione indiretta una serie di messaggi che il paziente esprime attraverso dei mediatori, gesti, oggetti, persone del suo ambiente prossimo”. Questi mediatori assumono per lo più la forma di elementi iconici, immagini che si “presentificano” alla mente di un soggetto pensante e il cui significato non appare immediatamente accessibile. In uno scritto fondamentale del 1899, Freud si era occupato di quelli che nella Rivista internazionale di psicoterapia e istituzioni – numero 10 – copyright©2005 , traduzione italiana, sono stati denominati “ricordi di copertura” e che hanno una traduzione forse migliore in francese (souvenir-écran) in cui lo schermo può ricordare non tanto una barriera, quanto piuttosto lo schermo cinematografico o la tela di un pittore: luoghi in cui qualcosa accede alla visibilità. Nello scritto del 1899 Freud riporta numerosi esempi di questo apparire (phainestai, da cui phainomenon, fenomeno). Per esempio racconta in dettaglio un dialogo con un suo interlocutore, un professore di filologia, alla cui mente si presentificava tutta una serie di immagini: una tavola apparecchiata con una scodella piena di ghiaccio, un grande mezzo di denti di leone, di un giallo intenso, tra le braccia di una bambina. Questi elementi iconici non erano apparentemente collegati ad alcun evento, recente o remoto, nella vita del personaggio, comparivano, si presentificavano, senza uno sforzo di rievocazione della memoria intenzionale. Alla fine di questo testo fondamentale, Freud scrive: “i nostri ricordi non emergono, come si è soliti dire, ma si formano”. E’ una annotazione fertile, che richiama il successivo concetto di Nachträglickheit, e che ha a che fare con la dimensione mitopoietica del ricordo: come le figlie di Mnemosyne, le Muse, i ricordi inventano tanto quanto riproducono, mentono dicendo la verità, o viceversa. Riprendendo un termine introdotto da Piera Aulagnier, Resnik parla di un “linguaggio pittografico della mente”, in cui gli elementi iconici non si presentano solo attraverso la figure vero-false dei ricordi, ma come creazione di figurazioni o con-figurazioni indipendenti dalla riproduzione –o presunta tale- di eventi accaduti. Sempre in Glaciazioni, Resnik ricorda una fanciulla di nome Caroline che dice: “mi sento come se camminassi accanto alle mie scarpe”: un senso di disarmonia viene dunque figurato attraverso la con-figurazione di una dislocazione spaziale: lei è fuori dalle sue scarpe e le sue scarpe non accompagnano il suo cammino. Come non ricordare, a proposito di analogie con le arti figurative, il famoso quadro Le scarpe contadine, dipinto da Vincent van Gogh nel 1886, all’indomani del suo arrivo a Parigi, in cui esprime tutta la fatica e la durezza del cammino da lui percorso.

                                                                             Dott.ssa Angela Patti Psicologa/Psicoterapeuta

 

Bibliografia:
Antonino Ferro, Il lavoro Clinico, Raffaello Cortina editore 2003
Antonino Alberto Semi, Trattato di Psicoanalisi, vol. I Teoria e Tecnica e vol. II Clinica, Raffaello Cortina Editore, 1997
Anzieu D. L’Io pelle. Borla, Roma 1987
Bion, W.R. (1962b) Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma 1979
Freud, S. (1919) Il perturbante. OSF, vol. 9
Glen O. Gabbard , Amore e Odio Nel Setting Analitico, Astrolabio 2003
Glen O. Gabbard (2005), Introduzione alla psicoterapia psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano 2005.

Poland, W.S.(2000) “The analyst’s witnessing and otherness” In J. Am. Psychoanal Assoc.,

Resnik Salomon (2001) Glaciazioni. Viaggio nel mondo della follia , Bollati Boringhieri
Thomas H. Ogden, La Identificazione Proiettiva e la Tecnica Psicoterapeutica, Astrolabio 1994 Roma
Winnicott, D.W. (1971) Gioco e realtà. Armando, Roma 1974

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